Ethereum ha costruito l'autostrada della finanza tokenizzata e lascia passare il traffico quasi gratis. La rete ospita circa metà delle stablecoin mondiali — 157 miliardi di dollari su un mercato da 315, con una quota per chain che la rende la blockchain più usata per gli stablecoin — e la quota maggiore degli asset tokenizzati. JPMorgan ci ha portato due fondi monetari (MONY a dicembre 2025, JLTXX a maggio 2026), BlackRock il suo BUIDL, Crédit Agricole un euro-stablecoin conforme a MiCA. Il token intanto tratta intorno ai 1.900 dollari: circa il 62% sotto il massimo di agosto 2025.
Il paradosso non è un mistero. L'attività si è spostata sui layer 2, che pagano al livello base una frazione di quello che incassavano le fee di mainnet: i ricavi giornalieri della L1 sono scesi da quasi 40 milioni di dollari a inizio 2025 a un minimo di circa 10 milioni nel 2026. E la presa d'atto è arrivata anche da Vitalik Buterin: a febbraio ha definito "non più sensata" la visione originale di uno scaling L2-centrico, spingendo per rollup nativi che riportino valore e sicurezza sul livello base. Più che sottovalutato, ETH è un asset il cui meccanismo di cattura del valore è stato smontato dal successo della sua stessa roadmap — e non ancora rimontato.
Restano due scommesse contrapposte. Chi compra scommette che i prossimi upgrade della roadmap (Glamsterdam, Hegotá) riportino l'economia dei rollup verso il livello base e che i circa 30 miliardi di asset tokenizzati — il dato citato anche da J.P. Morgan Asset Management nel comunicato JLTXX — diventino trilioni. È la tesi di Tom Lee, che definisce ETH "grossly undervalued" e ipotizza una valorizzazione di rete tra 1 e 5 trilioni, ricordando però che Lee presiede BitMine, il maggiore veicolo corporate su ETH, con circa 5,7 milioni di token in bilancio. È anche, in forma più prudente, la tesi di Standard Chartered, che pur avendo tagliato del 47% il target di fine 2026 (da 7.500 a 4.000 dollari) mantiene i 40.000 al 2030.


