Il mercato del lavoro italiano ha toccato un nuovo massimo. A luglio 2026 gli occupati sono saliti a 24 milioni 370mila, in aumento di 2mila unità rispetto a giugno e di 307mila (+1,3%) su base annua; nel secondo trimestre il numero era già arrivato a 24 milioni 363mila, il livello più alto raggiunto dal 2004. Il tasso di occupazione è rimasto invariato sul mese al 63,2%, in rialzo di 0,8 punti su anno. La crescita annua riguarda entrambi i generi: le occupate sono aumentate di 162mila unità, a 10,4 milioni, e gli uomini di 145mila, restando poco sotto i 14 milioni, a 13 milioni 980mila.
La disoccupazione è scesa al 5,8%, in calo di 0,1 punti sul mese e di 0,9 punti in un anno, un valore storicamente basso e ben inferiore al 10% di inizio 2021: le persone in cerca di lavoro sono 1 milione 490mila, 14mila in meno rispetto a luglio 2025. Al dato positivo si affianca un segnale di cautela sul fronte giovanile, dove il tasso di disoccupazione è risalito al 18,9%, con un aumento di 0,2 punti.
Il calo degli inattivi tra i 15 e i 64 anni, scesi a 12 milioni 168mila (307mila in meno in un anno e 17mila in meno sul mese), indica che una parte della popolazione finora fuori dal mercato del lavoro si è riavvicinata alla ricerca di un impiego. Il tasso di inattività resta però invariato al 32,8%, più alto del resto d'Europa e con una disparità di genere evidente: 41,6% per le donne contro 24,2% per gli uomini.
La crescita è trainata dai contratti stabili. I dipendenti permanenti sono 16 milioni 583mila (+303mila in un anno) e gli autonomi 5 milioni 301mila (+85mila), mentre i dipendenti a termine scendono a 2 milioni 486mila (-82mila). La composizione per età ridimensiona la lettura ottimistica: in dodici mesi gli occupati over 50 sono aumentati di 364mila unità e gli under 25 di 96mila, mentre le classi 25-34 anni (-79mila) e 35-49 anni (-152mila) hanno perso posti di lavoro. La crescita riflette in buona parte il trend demografico e l'allungamento della vita lavorativa, più che un ricambio generazionale.
I dati trimestrali confermano la traiettoria. Nel secondo trimestre il tasso di occupazione destagionalizzato ha raggiunto il 63,1%, il valore più alto dall'inizio delle serie storiche, con 24 milioni 363mila occupati (+155mila sul trimestre precedente e +246mila in un anno) e un tasso di disoccupazione destagionalizzato al 5,6%. L'input di lavoro misurato dalle ore lavorate è cresciuto dello 0,3% sul trimestre e dell'1,3% in un anno, a fronte di un Pil in aumento dello 0,2% congiunturale e dell'1,0% tendenziale.
Resta il ritardo strutturale. Nel primo trimestre 2026 il tasso di occupazione italiano si è fermato al 62,8%, circa 9,3 punti sotto la media dei Paesi Ocse (72,1%), tra i valori più bassi dell'area, con divari particolarmente marcati per le donne e per i giovani. Il confronto va letto con attenzione alle popolazioni di riferimento: Eurostat calcola per l'Unione europea un tasso del 76,4% nel secondo trimestre 2026 sulla fascia 20-64 anni, mentre i dati Istat e Ocse citati riguardano i 15-64 anni, per cui le due grandezze non sono direttamente confrontabili.
Il nodo italiano resta la partecipazione. Il tasso di occupazione, al 63,2%, resta circa 8 punti sotto la media dell'Unione europea, e il divario si allarga sul fronte femminile: il tasso di occupazione delle donne è fermo al 54,5%, tra i più bassi d'Europa. Nel secondo trimestre le donne che non cercavano lavoro per motivi familiari erano 2 milioni 901mila, contro 108mila uomini, e gli scoraggiati, cioè chi non cerca più un impiego perché ritiene di non trovarlo, erano 644mila, in calo del 14,2% in un anno. È su questo bacino, e in particolare sulla componente femminile, che si gioca la riduzione del divario con il resto d'Europa.
Il fronte più fragile resta quello dei redditi. L'Ocse stima per l'Italia una diminuzione dei salari reali dello 0,9% nel 2026 e una crescita di appena lo 0,2% nel 2027, con l'inflazione prevista al 3% quest'anno e al 2,2% il prossimo. Nel primo trimestre 2026 i salari reali erano cresciuti dell'1,3% su base annua, ma restano inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre 2021: il divario più ampio tra le grandi economie dell'area Ocse. Secondo l'economista dell'organizzazione Andrea Garnero, i salari nominali italiani sono più bassi e per questo, quando sale l'inflazione, i redditi reali finiscono sott'acqua. Lo stipendio medio lordo si colloca intorno ai 33.492 euro, circa il 15% sotto la media europea.
Il quadro che emerge è a due velocità: livelli occupazionali ai massimi storici e disoccupazione ai minimi convivono con un tasso di occupazione ancora distante dalla media europea, una partecipazione femminile bassa e salari reali che non hanno recuperato il terreno perduto dal 2021. Per l'Italia la tenuta dei redditi, più del numero di occupati, è la variabile che deciderà se il record del mercato del lavoro si tradurrà in consumi e crescita.
Fonti