Focused Energy, società tedesco-americana con sede a Darmstadt, nata nel 2021 come spin-off dell'ambiente della TU Darmstadt, ha chiuso il 27 maggio 2026 un round di Serie A da 240 milioni di dollari, circa 206 milioni di euro. L'azienda lo presenta come il più grande Serie A interamente coperto nella storia dell'industria globale della fusione e come il finanziamento che la rende la realtà più valutata del settore in Europa: secondo quanto dichiarato dalla società a Clean Energy Wire, la valutazione si avvicina a un miliardo di dollari. Il progetto industriale che quei capitali devono alimentare si trova a Biblis, in Assia, sul terreno dell'ex centrale nucleare a fissione di proprietà di RWE: qui dovrebbe nascere un impianto a fusione laser, un processo fisico diverso dalla fissione, senza scorie radioattive di lunga durata e senza uranio arricchito.
Chi ha messo i soldi e chi rischia
Il round è stato guidato da RWE, che ha portato 60 milioni di euro aggiuntivi dopo il primo ingresso dell'ottobre 2025. Per la utility tedesca il ruolo è doppio: investitore e proprietario del sito, che mette a disposizione con l'infrastruttura industriale esistente e con l'esperienza maturata negli iter autorizzativi. Accanto a RWE figurano SPRIND, l'agenzia federale per l'innovazione di rottura, il fondo dello European Innovation Council e il precedente lead investor Prime Movers Lab.
Il dettaglio più interessante per un investitore è però un altro. La società ha spiegato che il round, in oversubscription, ha attirato capitali da Germania, Europa, Asia e regione del Golfo, inclusi potenziali acquirenti di energia da fusione disposti a finanziare l'intera fase di costruzione fino all'impianto finale. Non si tratta quindi solo di venture capital di sviluppo, ma di capitale potenzialmente agganciato a futuri contratti di fornitura elettrica, la stessa logica dei power purchase agreement già firmati nel settore.
I numeri del piano industriale
La tabella di marcia comunicata dall'azienda è scandita in tre tappe:
- un primo sistema dimostrativo, battezzato LightHouse, entro cinque anni
- un impianto pilota entro dieci anni, con una potenza obiettivo di circa 1 GW, che secondo l'azienda corrisponde ai consumi di circa 2 milioni di famiglie
- un impianto commerciale entro quindici anni, quindi intorno alla metà del prossimo decennio
Sul piano degli investimenti diretti nel sito, Focused Energy prevede 200 milioni di euro di capitali privati a Biblis nei prossimi due anni e circa 500 milioni entro il 2030, con ricadute dichiarate su fornitori regionali, università e occupazione qualificata. A questo si aggiunge il denaro pubblico: il 29 luglio 2026 il ministero federale della Ricerca ha scelto Biblis come sede dell'hub nazionale per la fusione laser, il progetto VEGA coordinato insieme a Marvel Fusion, che diventa il primo dei tre hub nazionali del programma Fusion 2040. Il finanziamento pubblico per i tre hub parte con circa 125 milioni di euro nella prima tornata e si estende in sei fasi fino al 2029, mentre il piano d'azione approvato dal governo tedesco prevede oltre 2 miliardi di euro complessivi entro il 2029. Il Land Assia, da parte sua, ha stanziato 20 milioni di euro per la ricerca sulla fusione.
Il nodo dei costi e il carburante che non c'è
La distanza tra il capitale raccolto e il costo industriale del progetto resta l'elemento più delicato. La stima diffusa nel marzo 2025, quando Focused Energy firmò il memorandum con RWE e il Land Assia, indicava per l'impianto pilota di Biblis un costo compreso tra 5 e 7 miliardi di euro, con l'aspettativa che gli impianti successivi costino meno. Il capitale privato cumulato dell'azienda resta quindi una frazione del conto finale.
Il confronto con il resto del settore chiarisce la scala del problema. La Fusion Industry Association ha calcolato 4,48 miliardi di dollari di raccolta nei dodici mesi chiusi a luglio 2026, in aumento del 69 per cento, per un totale cumulato di 14,24 miliardi dal 2021. Le stesse società intervistate stimano però in media 2,7 miliardi di dollari il capitale necessario per arrivare a un impianto commercialmente valido, con un intervallo che va da 100 milioni a 10,9 miliardi.
Sul piano teorico il problema è stato formalizzato dai ricercatori del MIT Dennis Whyte e Andrew Lo, che hanno proposto un criterio di sostenibilità economica dei reattori: il rapporto tra capitale generato e capitale speso deve superare 1. Come ha sintetizzato Lo, non conta se l'impianto è piccolo o grande, serve che il denaro in uscita superi quello in entrata.
Le criticità tecniche si concentrano su due punti. Il primo è la produzione del combustibile: il trizio ha un'emivita di 12,3 anni e nel mondo ne esistono circa 50 chilogrammi, una quantità che va rigenerata in reattore con tecnologie mai dimostrate su scala industriale. Il vicepresidente Ulrich Sigel la considera una sfida di ingegneria più che un problema di fisica, ma il 52 per cento delle aziende del settore indica l'autosufficienza nel trizio tra le preoccupazioni di lungo periodo. Il secondo è il costo dell'elettricità prodotta: le stime critiche circolate in Germania parlano di almeno 20 centesimi per kilowattora, con possibili moltiplicazioni, mentre l'impianto sperimentale europeo ITER ha assorbito risorse stimate tra 35 e 40 miliardi di euro.
Perché la fusione è diventata un tema da mercato
L'architettura scelta a Biblis è il confinamento inerziale con guida diretta: capsule di combustibile, chiamate Pearls, vengono iniettate nella camera e compresse dai laser fino all'accensione, senza lo stadio di conversione in raggi X usato nel laboratorio americano. Il combustibile è deuterio-trizio, che si ricava dall'acqua di mare e dal litio, ed è l'unico che abbia prodotto accensione e guadagno energetico in laboratorio. L'azienda insiste sul fatto che la partita non è più scientifica ma industriale: componenti producibili in serie, spedibili e affidabili come in un impianto di potenza, con uno dei pochi laboratori al mondo dedicati alla progettazione dei bersagli. I laser a stato solido previsti per il pilota sono indicati come 30 volte più efficienti di quelli usati al laboratorio statunitense.
Numeri come questi spiegano perché il settore sia entrato nei portafogli istituzionali. Nel 2026 Commonwealth Fusion Systems ha chiuso un round da 863 milioni di dollari, Helion Energy ne ha raccolti 465 a giugno, Proxima Fusion 518 a luglio, mentre TAE Technologies e General Fusion si preparano a quotarsi al Nasdaq. Microsoft ha un accordo di fornitura con Helion dal 2023 e Google con Commonwealth dal giugno 2025. La fusione, insomma, non è più soltanto una voce di bilancio della ricerca pubblica: è un comparto con valutazioni, contratti e, presto, listini.
Resta il cronometro. L'obiettivo dichiarato è il primo impianto laser commerciale a metà degli anni 2030, ma il costo del pilota stimato nel 2025 valeva tra 5 e 7 miliardi di euro, oltre dieci volte il capitale privato raccolto finora dall'azienda.
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